Silay – la “Paris of Negros” – è una cittadina tranquilla, a pochi chilometri di distanza dalla più grande Bacolod. Faceva caldo quando siamo stati a Silay e sembrava quasi di percepire nella fatiscenza di alcune ville la storia di ascesa e decadenza delle famiglie europee e mestizos che proprio qui avevano deciso di risiedere,  per arricchirsi con il commercio dello zucchero muscovado.

Come apparivano le Filippine ai tempi del colonialismo spagnolo prima di venire conquistate dai giapponesi, devastate dalla seconda guerra mondiale e influenzate dal soft power statunitense? Forse solo venendo a Silay lo si può capire veramente perchè è qui che – tra le distese infinite della canna da zucchero – si è costruita per anni la ricchezza delle famiglie che talvolta ancora oggi tengono le redini dell’economia di questa strana nazione. Qui restano le vestigia del lusso in cui questi eletti e self made men languivano e intessevano le loro relazioni.

Noi conoscevamo Bacolod, Talisay e Silay perchè qui sono ambientati alcuni dei capitoli del romanzo Illustrado di Miguel Syjuco. Questo libro ci ha guidati alla scoperta di questo paese attraverso il racconto semi-autobiografico della vita di uno scrittore Filippino immigrato negli USA e del suo ritorno alle radici nelle Filippine, per risolvere il caso di una morte misteriosa. Attraverso queste indagini l’autore racconta anche – con uno sguardo a metà tra Gabriel Garcia Marquez e Haruki Murakami – come questo paese sia diventato ciò che è, dopo le guerre di indipendenza, dopo la mercificazione delle competenze di tanti dei suoi cittadini e partendo proprio da Bacolod e dal commercio della canna da zucchero, quando Manila era la perla dell’Asia e una delle città culturalmente più mondane del sud est asiatico.

Chi si trova a Bacolod e può vedere solamente una cosa dovrebbe recarsi diretamente qui, a Silay, e dirigersi a passo spedito verso la Balay Negrense (1897) dove abbiamo scattato le foto raccolte in questo articolo. Fu la casa di Victor F. Gaston e dei suoi 12 figli. Suo padre Yves Leopold Germain Gaston partì dalla Normandia, sposò una giovane Filippina di Batangas e rivoluzionò la lavorazione della canna da zucchero diventando così uno dei più innovativi e influenti baroni dello zucchero delle Filippine alla fine del 1800 e garantendo ai suoi discendenti una vita di agi, viaggi intorno al mondo e sicurezza economica. La famiglia visse qui fino agli anni ’30 e alla fine degli anni ’70 del 900 la casa andò in rovina fino a quando la famiglia non donò la magione alla Philipines Tourism Authority che grazie a numerose donazioni potè compiere il costoso restauro finito nel 1990; questa villa divenne così il primo museo dell’Isola di Negros.

Aggirarsi nelle stanze di questa casa guidati dalle bravissime guide – che raccontano soprattutto della vita che si svolgeva tra le sue pareti – permette di entrare in contatto con il cuore pulsante del colonialismo europeo nelle Filippine. Il colonialismo spagnolo in questo paese è in parte diverso da quello che caratterizza altre zone dell’Asia: qui gli europei sono arrivati con la superbia – fomentata anche dalla certezza di portare la parola di Dio a popoli senza cultura e religione – di utilizzare terre fertili e lussureggianti a proprio esclusivo beneficio, lasciando pochissime infrastrutture e tanto cattolicesimo. Questa è una delle grandi ferite di questo paese formato da 7000 isole, che mai prima dell’arrivo degli occidentali si era posto il problema di divenire Nazione e che ancora oggi è unito principalmente da una religione comune e leader forti.

In totale sono 30 le ville iscritte nel registro dei beni storico artistici degni di nota (heritage houses) a Silay, e questo ci dice il perchè questa piccola città fosse considerata la “piccola Parigi delle Filippine”: i suoi abitanti erano cosmopoliti e amanti dell’arte, un fatto davvero evidente nei dettagli e nei materiali scelti nella costruzione delle loro eleganti case. E tutto questo avvenne grazie ad una materia prima così semplice come la canna da zucchero… non è incredibile?

Cosa altro vedere a Silay?

  • Altre Heritage House: Bernardino Jalandoni Museum e Hofilena Heritage House
  • The Ruins a Talisay: si tratta dello scheletro di una villa dal carisma tutto speciale che fu costruita in stile italiano ma utilizzando un materiale molto innovativo nel 1900: il cemento. Fu bruciata dalla guerriglia per impedire che potesse divenire una roccaforte per l’esercito Giapponese durante la seconda guerra mondiale. Ma se la fine di questa villa ci racconta di guerre all’ultimo sangue, la sua costruzione è figlia di un amore fuori dal comune: viene definita il Taj Mahal del Negros perchè costruita dal barone dello zucchero Don Mariano Ledesma Lacson in onore dell’amatissima moglie morta dando la vita al loro undicesimo erede. Oggi è utilizzata anche per eventi, ma il fascino decadente del palazzo immerso nelle piantagioni di canna da zucchero è ancora fortissimo.

Come si arriva a Silay?

Noi ci siamo arrivati con un Jeepney che partiva dal centro di Bacolod, in alternativa è possibile affidarsi a taxi e trike.


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