“Marrakech 1954”

Può sembrare il titolo di un film o usando la fantasia il numero di un taxi di una grande metropoli, perchè no? In realtà, sono l’ambientazione e l’anno di un diario di viaggio di Elias Canetti intitolato “Le voci di Marrakech”.

Elias Canetti: l’autore

© KEYSTONE

Elias Canetti è nato nel 1905 in Bulgaria nel distretto di Ruse. Il padre era un commerciante ebreo di origine spagnola mentre la madre era proveniente da una famiglia ebrea livornese. In casa la lingua parlata è il giudeospagnolo ma già da piccolo inizia a famigliarizzare con il tedesco, parlato in privato dai genitori. Crescendo in Bulgaria imparerà il bulgaro e quando nel 1911 il padre deciderà di trasferire la famiglia a Manchester si troverà a contatto con la lingua inglese. Guardando semplicemente due date e qualche luogo abbiamo già chiara la varietà linguistica e culturale che circondano l’infanzia del nostro autore. Durante la sua vita abiterà a Francoforte, Berlino, Vienna, Parigi, Londra, Zurigo e in molti altri luoghi, un po’ per la sua attività di scrittore e un po’ per motivi storici dettati dalla situazione politica dell’epoca.

Le voci di Marrakech

Elias Canetti non è propriamente uno scrittore di viaggio; nel 1954 si reca in Marocco al seguito di una troupe cinematografica e, durante il soggiorno durato qualche settimana, raccoglierà informazioni, impressioni e sensazioni che andranno a costituire il “reportage” di una città che negli ultimi decenni è diventata una conosciutissima meta turistica ma che negli anni ’50 era certamente molto diversa. Come poteva essere? C’erano i francesi nel ruolo dei colonizzatori, ma chi altro? Come vivevano i marocchini e come erano disposti nei confronti degli stranieri?

Il primo vero contatto per il nostro autore con la realtà di Marrakech avviene al mercato dei cammelli. L’incontro profondo con la città arriverà quando inizierà ad inoltrarsi nei Suk: la varietà dei colori, degli odori che cambiano a secondo delle merci in vendita e il fatto inusuale che tutto quello che si vede può essere comprato porteranno l’autore alla scoperta di un mondo misterioso e per lui estremamente esotico.

“Non si sa mai quanto costeranno gli oggetti, né essi hanno infilzati i cartellini dei prezzi, né i prezzi sono fissi”

Elias Canetti, Le voci di Marrakech

Molto curioso è il fatto che nonostante la disposizione delle merci e delle botteghe possa sembrare del tutto improvvisata, alle spalle si trova una rigida e secolare organizzazione, con tanto di corporazioni e regole gerarchiche.

Proprio perdendosi nei viottoli dei Suk che Elias Canetti arriva ad un piazza dove i ciechi seduti a terra ripetono infinitamente da mattina a sera il nome di “Allah”, creando un insieme di suoni – ”mille volte più impressionanti di quelli visivi” – nella speranza di ricevere l’elemosina. Singolarissimo è l’incontro con un marabutto, una specie di santone, che infila in bocca ogni moneta che gli viene donata come segno di ringraziamento e benedizione nei confronti dei benefattori. Suggestiva è l’eseperienza con la “Donna della grata” che, affacciandosi alla finestra di casa e parlando riesce a trasportare in una dimensione mistica il nostro autore, nonostante la sua completa estraneità con lingua araba. Si susseguono incontri con panificatori, cantastorie e scrivani, asini che non si rassegnano a morire e musicisti che ci fanno capire l’immenso valore del contatto umano.

In conclusione cos’è Marrakech? Una città araba, una città mediterranea e una città imperiale, una città che apre la via al Sahara e che allargando la visuale guarda all’intera Africa. Da sempre città di mercanti e venditori dalla leggendaria capacità commerciale, circondata dal possenti mura rosse e percorsa da un labirinto di vicoli che convergono nella piazza Djemaa el-Fna. Piazza tra le più fotografate al mondo e che può fregiarsi del titolo di “Patrimonio orale e immateriale dell’umanità”.

Una città che almeno una volta nella vita bisogna visitare, ma soprattutto vivere.


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