Sui giornali e in TV se ne parla ogni giorno; chi pro chi contro, chi è convinto di avere la soluzione e chi lo vede come un problema insormontabile. In fondo in fondo se ne parla e ognuno giustamente ha la sua idea. Sto parlando di quel fenomeno che si chiama immigrazione.

Proviamo per un momento a giocare, come in quiz televisivo, tre parole e cerchiamo di individuarne una che le collega. Le tre parole sono: “immigrazione”, “Olimpiadi” e “mare”. Vi dice qualcosa?

La soluzione ve la do subito io: Samia Yusuf Omar, ovvero la protagonista del libro scritto da Giuseppe Catozzella “Non dirmi che hai paura“, basato sulla storia vera di quest’atleta.

Chi è Samia? Samia è una bambina nata a Mogadiscio nel 1991 – un brutto periodo, ammesso che per la Somalia uno bello ci sia mai stato – in una famiglia povera che “condivideva” l’abitazione con la famiglia dell’amico Ali. Ufficialmente non sarebbe stato possibile abitare a stretto contatto perché le rispettive famiglie appartenevano a due etnie distinte.

Samia nasce con una passione fortissima: la corsa. Fin da piccola corre. A dire il vero, corre molto più veloce dei suoi coetanei. La situazione politica non le permette di praticare sport: non può iscriversi ad una società di atletica, c’è la guerra, c’è Al-Shabaab che avanza imponendo il suo folle fanatismo islamico. Lo stadio di Mogadiscio dove è presente una pista per la corsa non si può usare, il tartan della pista da corsa è quasi distrutto e Al-Shabaab utilizza quello spazio come deposito per i suoi “sporchi” mezzi.

La nostra Samia non demorde, entra nello stadio di notte quando nessuno la vede, e lì corre fino allo sfinimento sotto la luce della luna equatoriale. Corre di giorno, lungo i viali bombardati e lungo le viuzze di case bianche, la gente la nota e si inizia a parlare di questa ragazzina velocissima.

A sorpresa nel 2008 viene scelta come atleta dal comitato olimpico somalo e partecipa ai giochi di Pechino arrivando ultima nei 200 metri, troppo divario tra lei che non ha mai avuto un allenatore e le altre concorrenti.

In lei cresce la voglia di continuare; è arrivata ultima ma ha gareggiato con i migliori al mondo. In quell’occasione incontra il suo idolo, Mo Farah, atleta britannico di origini somale e mentalmente si prepara a Londra 2012. Grazie alla partecipazione ai giochi diventa involontariamente un simbolo di libertà per le donne somale.

Il comitato olimpico bianco-azzurro le promette un allenatore, una pista per allenarsi e una carriera nella squadra nazionale, ma non a Mogadiscio, ad Addis Abeba. Nella città natale Al-Shabaab controlla tutto: una donna non può correre senza il velo, che follia solo il pensiero.

Arriva in Etiopia da clandestina, un allenatore la aspetta, le promette scarpe nuove e una bella divisa ma non può farla correre, devono arrivare da Mogadiscio i documenti che le attestano lo status di atleta e che si trova in Etiopia per allenarsi. I documenti non arriveranno mai. Passa un anno e Samia sta sempre ad aspettare, nel frattempo in Europa è nata la sua nipotina, la figlia della sorella che qualche anno prima era scappata dalla Somalia in cerca di rifugio. La nipotina è uguale alla zia, ha le stesse gambe lunghe e “veloci”!

Grazie a qualche lavoretto riesce a mettere da parte un piccolo tesoretto, ma che te ne fai di un tesoretto se rimani una clandestina? Comincia a crescere in lei il desiderio di fuggire, di raggiungere la sorella in Europa. Una notte decide. Parte a piedi, sempre sotto quella luna che le illuminava la pista a Mogadiscio qualche anno prima e si affida ad un gruppo di trafficanti di uomini. Inizia così il “viaggio” verso la libertà, dopo un anno e mezzo arriva a Tripoli. Durante il tragitto riesce, tramite un telefono satellitare messo a disposizione dai trafficanti sotto lauto compenso, a contattare la sorella e avvisarla della sua scelta.

Altri tre mesi e finalmente sale su una barca. Probabilmente guarda il mare con gli occhi speranzosi, la spiaggia a Mogadiscio era zona di coprifuoco e il mare si poteva solo ammirare e annusare da lontano. Era comunque bellissimo. Probabilmente in cuor suo pensava che una meraviglia come il mare non potesse farle del male.

Samia è morta annegata nel naufragio della barca che la trasportava il 2 Aprile 2012 nel Mar Mediterraneo, tre mesi prima dell’inizio delle Olimpiadi di Londra.

Puoi leggere la storia di Samia nel toccante libro “Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella edito da Feltrinelli. Buona lettura!


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