Il grande splendore del passato da Tamerlano ai Khanati dell’Asia Centrale è tutto in Uzbekistan: architetture sublimi, città che sembrano emergere dal deserto, reperti antichissimi di migliaia di anni. Il trio Samarcanda, Bukhara e Khiva è sicuramente da non perdere, ma non dimenticatevi anche dell’Uzbekistan odierno, la contemporaneità di Tashkent e la vivacità della Fergana Valley.

[Day 180] Aral Sea: in fondo al mare (che fu)

Ci avviciniamo alla balconata e all’improvviso compare, oltre uno strapiombo alto una ventina di metri, un immenso deserto, neutro e giallo, puntellato di cespugli rinsecchiti e piccole dune sabbiose.

“Quello era il fondo del mare, cinquanta anni fa” ci dice l’autista del nostro taxi.

Siamo a Moynaq, cittadina ex-portuale che una volta era bagnata dal lago d’ Aral. Oggi il lago si trova a quasi 100 km dalla città e la distanza è in continuo aumento. La vista dalla balconata è impressionante: ci sono solo una decina di scheletri arrugginiti di barche che sembrano galleggiare in un piatto mare color ocra. Scendiamo dalla balconata e raggiungiamo le barche, atterriamo sul “fondo del mare”. È sabbioso e pieno di conchiglie, vediamo la costa quindici metri sopra le nostre teste, la mente non riesce neanche a concepire quanta acqua si sia fottuto l’uomo, è inimmaginabile.

Il disastro compiuto dall’Unione Sovietica prima e dall’Uzbekistan di Karimov poi è una delle tragedie naturali più grandi del novecento. Dal 1960 ad oggi il lago si è ridotto di piu di 50000 km2, circa il 90% è andato perso. L’acqua prelevata dagli emissari del lago, il Syr Darya e l’Amu Darya, è andata a foraggiare le gigantesche coltivazioni di cotone dell’Uzbekistan occidentale e il lago non ha più avuto di che sostentarsi. Senza tecnologia e con tubature antidiluviane lo spreco di acqua è stato immenso e l’umidità ha fatto salire in superficie giacimenti di sale, sparsi poi per tutta la regione dal vento.

Oltre a distruggere l’ecosistema di quest’area, il disastro ha avuto serie ripercussioni sulla popolazione. Città che basavano la loro economia sul commercio ittico e sui trasporti marittimi sono di punto in bianco diventati villaggi spettrali, insediamenti fantasma nel mezzo di un deserto. Il clima secco e ventoso unito al terreno sabbioso, alla concentrazione di sale e all’uso di fitofarmaci per le coltivazioni ha incrementato l’incidenza di malattie, soprattutto respiratorie e renali, fino ad allora sconosciute.

A Moynaq, l’impatto visivo è così potente ed esplicativo che non puoi far altro che guardare sconcertato quel mare di nulla.

Per l’Unione Sovietica il lago d’ Aral era un aborto e andava cancellato dalla faccia della terra: incredibile fino a che punto l’essere umano può odiare sé stesso e il mondo che lo circonda.

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