Vulcani, psicodrammi, avvistamenti di foche, assaggi di carne di squalo macerata e aurore boreali al sapore di moscow mule. Così è ripreso il nostro viaggio, e sto parlando solo del sesto giorno di viaggio!

Day 6. 
Da Akureyri a Hof

Akureyri è “la capitale del nord”. Quanti abitanti conta? Appena 17.754: più o meno come il comune di Sona o Polignano a Mare, per intenderci! A dispetto del ridotto numero di abitanti questa città di porto in fondo all’Eyjafjörður, il più lungo d’Islanda, ospita uno dei quattro aeroporti internazionali del paese ed è la seconda area urbana del paese dopo Reykjavik, nonchè quella maggiormente popolata nel raggio di centinaia di chilometri.

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Non mancano festival tematici (durante l’estate), un museo d’arte, concerti, sedi di aziende di consulenza internazionali e ma sopratutto un’offerta di attività all’aperto da dare il capogiro. Una su tutte, l’avvistamento delle balene per cui molti turisti raggiungono questa remota località. Rimarrete stupiti dalla ricca proposta gastronomica e dal bellissimo ostello che vi consiglierò, se non per un pernottamento, almeno per una serata in compagnia dedicata alla degustazione delle sempre ottime birre autoctone. Si trova sul corso principale della città ai piedi della svettante Akureyrarkirkja e si chiama Akureyri Backpackers; ospita un curato pub aperto al pubblico fino a tarda ora anche l’inverno. Non stupisce quindi che Lonely Planet l’abbia designata località più belle d’europa nel 2015.

Dopo un breve tour mattutino della città siamo partiti alla volta della Guesthouse Hof, situata a 395 km di distanza nella penisola di Snaefellsnaes.

Si tratta di circa cinque ore di guida, ma in Islanda il paesaggio che prende forme sempre diverse non lascia spazio alla noia. Avendo visitato l’isola a marzo abbiamo avuto la fortuna di vedere questi spazi – già di per sé affascinanti -coperti dalla neve che, scendendo verso sud, iniziava a sciogliersi per lasciare spazio ai colori caldi e alle diverse tonalità che l’attività vulcanica di varia natura ha donato ai terreni: dal giallo, all’ocra fino al nero più intenso.

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La prima tappa su questo percorso è stata la fortezza di Borgarvirki. Il nome fortezza è in parte improprio: non si tratta di una costruzione di natura umana ma di un collo vulcanico che ha portato alla formazione di una struttura di basalto alta fino a 15 metri. Per la sua forma è stata utilizzata, con l’apporto di alcune modifiche, dagli abitanti della zona a scopo difensivo per la sua forma e la posizione rialzata che domina la regione e il lago Vesturhópsvatn che si trovano ai piedi della formazione rocciosa. Inutile dire che la vista che si gode da qui è a dir poco mozzafiato.

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Qui abbiamo vissuto dopo l’estasi il panico: il mio ragazzo si è accorto di aver dimenticato la sua giacca tecnica a Akureyri, 182 km e due ore di guida prima. I titolari dell’Airbnb sono stati così gentili da inviarla con la posta aerea a Reykjavik dove avremo potuto recuperarla… ma due giorni dopo! Inutile chiedervi di immaginare il freddo che faceva a Marzo!

Durante questa giornata non ci siamo fatti mancare davvero nulla, nemmeno l’avvistamento di paciose foche intente a riscaldarsi sotto il tiepido sole di aprile. Subito dopo Borgarvirki abbiamo abbandonato la Ring Road per percorrere tutto il fiordo sulla strada 711 dove si trova Illugastaðir, una delle zone segnalate dove avere l’opportunità di avvistare questi animali. Attenzione, controllate sempre il sito nel link segnalato dato che si tratta di zone di nidificazione di diverse specie e in alcune occasioni questi spazi potrebbero essere chiusi per evitare che i turisti disturbino gli animali.

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Dopo ore e ore di viaggio abbiamo raggiunto la nostra meta. Avevo scelto su booking.com Guesthouse Hof appositamente per la sua posizione isolata immersa nella natura, per gli chalet in legno affacciati sulla spiaggia spoglia e battuta dal mare freddo, per il ghiacciaio uscito letteralmente da un libro di Verne che vi si affacciava e – lo ammetto – per le hot tub vista mare che si trovavano fuori da ciascuno degli chalet in questione. Quello che non potevo prevedere era l’aurora che ci la fortuna ha voluto regalarci in un contesto tanto idilliaco!

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Day 7. 
Snaefellsnaess Peninsula

Per chi non ha il tempo di effettuare il giro completo delle ring road visitare la penisola di Snaefellsnaess permette di comprendere la varietà che l’Islanda può regalare: un riassunto pieno di poesia che non va sottovalutato! Cittadine e paesaggi naturali sono più vari di quanto ci si possa immaginare e tutto ciò è a solo un paio d’ore dalla capitale e dall’aeroporto internazionale.

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Ci siamo diretti verso l’iconica Búðakirkja, la chiesa nera che svetta solitaria e incastonata in una zona caratterizzata dai campi di lava circondano l’area. Con condizioni meteorologiche meno impietose (mi riferisco al forte vento) una visita ai campi di lava che la circondano (Búðahraun) è d’obbligo!

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Abbiamo proseguito verso Lóndrangar, una scogliera a dirupo sul mare dove dimorano molte colonie di uccelli.

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Abbiamo poi raggiungere una spiaggia particolare: Djúpalónssandur deve la sua fama non tanto al colore nero della sabbia quanto ai detriti della nave da pesca Grimsby GY7 (affondata qui negli anni quaranta) che ne punteggiano la superficie. Ad accogliere i turisti un cartello che chiede gentilmente di non “disturbare” il metallo spiaggiato e quattro pietre usate per misurare la forza dei marinai che una volta si imbarcavano in questa spiaggia che era anche un fiorente porto di pesca; la più leggera – 23 kilogrammi – veniva chiamata “Inutile”, proprio come il marinaio che fosse riuscito ad alzare solamente quella pietra. La pietra destinata ai deboli pesa 45 kg, i “quasi forti” riuscivano ad alzare quella da 100 kg e coloro che erano davvero forti vincevano la sfida sollevando la pietra più pesanti (150 kg). Vi devo proprio dire come si sono comportati i nostri uomini di fronte a questa sfida?

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Raggiungendo la spiaggia Djúpalónssandur si passa alle falde del vicinissimo ghiacciaio Snæfellsjökull.

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Il richiamo della strada F per noi è stato fortissimo, ma consapevoli dei pericoli nascosti dietro a questa lettera dell’alfabeto in Islanda abbiamo proseguito dopo aver scattato qualche fotografia per raggiungere e scalare il cratere Saxhóll. Un vento fortissimo, durante la discesa, ci ha letteralmente spinto verso l’auto per riprendere il nostro cammino.

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In maniera totalmente inattesa – mentre cercavamo di raggiungere l’Öndverðanes Lighthouse (che sembra uscita direttamente da un film di Wes Anderson) abbiamo avuto la fortuna di imbatterci nella Skardsvik beach. L’Islanda è ricca di spiagge nere grazie alla sua origine vulcanica, ma questa piccola spiaggia è caratterizzata da una colorazione ancor più particolare: qui la sabbia nera lascia il posto a due tipi di sabbia che disegnano delle linee ben definite sulla spiaggia, dove il giallo più acceso risalta contro il grigio e il nero degli scogli.

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Da bravi turisti ci siamo fermati anche a scattare qualche foto di rito a Kirkjufell (la collina più fotografata e fotogenica dell’isola) e alla Kirkjufellsfoss. Vi consiglio di arrivare molto presto al mattino, dato che i turisti che si fermano qui sono tantissimi e risulta piuttosto ostico non inserirli nei propri scatti ad ogni tentativo di scatto.

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Dopo aver fatto le fotografie di rito abbiamo presto proseguito per Bjarnarhofn. Grazie a Il Testimone di Pif eravamo al corrente della terribile fama dell’Hákarl, ovvero la carne di squalo putrefatta, che è possibile assaggiare in questa località presso il museo dello squalo. La “ricetta” sembra arrivi direttamente dai Vichingi che erano di casa in Islanda circa 1500 anni fa. Se non si trattasse di un piatto a detta di tutti disgustoso, si potrebbe quasi gridare al colpo di genio per la procedura che lo rende commestibile, benchè non gradevole al palato.
Lo squalo non possiede reni ed espelle l’urina attraverso tutto il suo corpo; questo rende la carne così ricca di acido urico che le tossine presenti nella carne fresca dell’animale potrebbero quasi uccidere un uomo. Per questo la carne viene fermentata sotto terra da 6 a 12 settimane, a seconda della stagione, per spezzare le tossine. Infine, viene esposta agli elementi per circa 6 mesi nella fase di essiccazione.

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Il Direttore del museo in miniatura, che raccoglie cimeli legati al nonno marinaio e mirabilia dal mondo animale, è anche la stessa persona che si occupa della lavorazione dell’animale mostrata nei video proiettati all’interno dell’unica sala. Alle spalle della struttura principale si può vedere la sala di essiccazione dove – a Marzo – erano appesi grandi pezzi di squalo della Groenlandia in fase di essiccazione. La carne di squalo che è possibile assaggiare qui – accompagnata dalla grappa locale Brennevin – proviene da animali pescati dalle reti a strascico per errore.
Siete curiosi di sapere la nostra impressione su questa “delizia” tipica dell’IslandaL’odore di ammoniaca è davvero disgustoso, così come la texture della carne non è molto gradevole, ma il gusto non è poi così male: certi formaggi italiani molto stagionati potrebbero battersi senza timori con questa specialità nordica! 

Dopo essere sopravvissuti a questa prova di coraggio ci siamo voluti premiare al nostro arrivo a Stykkishólmur1240 abitanti, la città più grande nella penisola di Snaefelsness e a mio parere una delle più belle d’Islanda fra quelle che abbiamo visitato. La pittoresca cittadina di pescatori ora vive principalmente del turismo che è in grado di attirare con le sue casette colorate, i tour in barca sulle “mille isole” della baia di Breidafjordur, l’isola che sovrasta con il suo faro il porto sottostante e le attrazioni culturali: la biblioteca dell’acqua, il museo dei Vulcani e la chiesa iper-moderna che sovrasta la baia. Tutta la città è servita dal wi-fi gratuito e mi sento di consigliarvi caldamente Sjavarpakkhusid dove potrete degustare tante birre artigianali islandesi accompagnate da moules (cozze) ottime!

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Poche parole scambiate con la titolare del pub sono bastate per scoprire, con grande stupore, che avremo passato la notte nel b&b appena aperto da alcuni suoi cari amici a Borgarnes. Il mondo è piccolo, l’Islanda ancor più!

 

Day 8. 
Off to Reykjavik

I giorni precedenti che ci avevano visti protagonisti di interminabili ore in auto durante le quali abbiamo divorato qualsivoglia fonte dedicata al paese di cui eravamo ospiti, scoprendone la storia e l’epica oltre che le abitudini e la gastronomia alquanto strampalata.

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A colpire la nostra attenzione è stata la figura di Snorri Sturluson: uomo d’affari, politico, diplomatico, nonché studioso, storico e poeta del XIII secolo.

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Lo ammetto, a colpirci è stato più che ogni altra cosa il nome strampalato e cacofonico ma ciò è bastato per trasformarci in veri e propri fan dell’Omero islandese. Nell’area che abbiamo visitato l’ottavo giorno del nostro viaggio Snorri ha lasciato molti segni del suo passaggio e non potevamo esimerci dal seguire i suoi passi!

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Lasciata Borgarnes abbiamo raggiunto la sorgente di acqua calda Deildartunguhver sulla strada per Borg á Mýrum, la fattoria più famosa d’Islanda in quanto se ne parla nella saga di Egil. La fattoria originale è ormai sparita da lungo tempo ma a raccontarne le gesta pare sia stato proprio il nostro amato Snorri e per questo motivo il passaggio era obbligato.

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Lo stesso vale per il Museo dedicato al nostro Snorri a Reykholt, città da lui scelta come residenza e in cui è stato ucciso; lo Snorrastofa accoglie i visitatori con una libreria e una esibizione dedicata all’aedo e politico islandese. Adiacente al museo è ancora presente la Snorralaug, una piscina calda che non solo si suppone ospitasse i bagni ristoratori di Snorri ma che è anche la struttura costruita dall’uomo più antica d’Islanda.

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Dopo esserci immersi totalmente nella storia del paese la nostra meta successiva sono state le maestose cascate Hraunfossar. “Hraun” significa “lava” in islandese e la cascata non porta il suo nome senza un valido e affascinante motivo: le cascate hanno un fronte lungo 900 metri metri e scaturiscono, quasi per magia, da sotto un campo di lava ricoperta di muschio che sovrasta la cascata. Incredibile ma vero, in alcuni punti l’acqua proveniente da un ghiacciaio sgorga calda!

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L’ultima tappa prima di Reykjavik ci ha permesso di chiudere davvero in bellezza il cerchio, sebbene non siamo riusciti a entrare all’interno della più grande delle caverne laviche presenti in Islanda a causa della neve che ancora rendeva troppo pericoloso raggiungerla. Ma il percorso per arrivare al suo imbocco è stato comunque molto interessante e credo valga la pena segnalarvi questo punto d’interesse nel caso visitiate l’Islanda d’estate. Non pensavamo saremo riusciti a passare dalla Vidgelmir cave ma siamo molto felici di esserci riusciti perché, come potrete vedere nel video che vi segnalo, anche il solo paesaggio che abbraccia la caverna è mozzafiato! Nei mesi caldi è possibile entrare con delle guide e se dovessi tornare in Islanda sarebbe certamente nella mia bucket list.

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E dopo tanta natura, siete pronti per scoprire gli highlight che ho selezionato con i miei compagni di viaggio per la capitale?

Nel frattempo ecco i post dedicati alle altre tappe:

Part I. Il grande sud: da Keflavik a Höfn
Part II. I fiordi dell’Est e il mitologico Nord