Leggi questo racconto se ti piacciono i racconti di Carver, se la notte non ti fa (troppa) paura e se sei assuefatto all’odore dei libri appena comprati.

Dal nostro viaggio in Vietnam: il racconto di una (quasi) notte lungo le strade di Ho Chi Minh.

Il tramonto, in Vietnam, è come una compressa effervescente che si scioglie in cielo. Nelle giornate più torbide, quando è ancora alto, si può persino osservare il sole a occhio nudo: un disco bianco impregnato di luminosità opaca. Poi, quando si tuffa verso l’orizzonte, il cielo comincia a inspessirsi e le tinte tenui disegnate dalla foschia lasciano il posto ad un solenne blu cobalto. Il sole si carica mano a mano di colori sempre più furenti fino a diventare una grumo di sangue caldo dalla superficie compatta.

Quindi procede inesorabile in picchiata, proiettando lungo il suo percorso scie nebulose di rosso vivo come un missile in caduta libera che, rompendo l’atmosfera, perde pezzi. Infine scompare, lasciando alle sue spalle, un’ euforia di strisce e bagliori violacei, come se il cielo e la terra l’avessero aggredito e polverizzato dietro le quinte, oltre occhi indiscreti.

Il momento esatto in cui la compressa evapora, sconquassata dalle reazioni chimiche con l’acqua, un grido disperato ed esaltato allo stesso tempo lanciato con un turbine di bollicine. E’ questo l’inizio della notte. Una botta tremenda di luce che si consuma in un attimo, poi, per i meno temerari, non resta che rincasare e aspettare il giorno successivo.

Quel pomeriggio avevo vomitato l’anima. Ero rimasto sdraiato sul letto fin dalla mattina, immobile, con il viso sprofondato nel cuscino, in attesa che il virus facesse il suo corso. Nei miei pensieri febbricitanti le fitte allo stomaco si mescolavano alle rasoiate incessanti dei motorini vietnamiti che solcavano le vie di Ho Chi Minh. Mezza giornata di Vietnam urbano ci aveva già provato a colpi di umidità penetrante, gas di scarico e rombi di motore.

Era una guerra lenta e lancinante che ben presto avevamo preferito disertare in cambio di un letto fresco e una stanza buia: meglio rapiti dalle tenebre angosciose piuttosto che in trincea, a combattere contro un’orda di motociclisti impazziti. Quando si sta male, davvero male, l’unica cosa che si cerca, se non si è a casa, è una parvenza di casa. Io l’avevo trovata in un lenzuolo bianco e pulito e un cuscino soffice ma non troppo. Li accarezzavo con la flebile tenerezza di un bimbo che accarezza la mamma, senza ritegno alcuno per i miei 34 anni.

Verso le 6 però, ebbi un sussulto di orgoglio: il peggio era alle spalle e i dolori allo stomaco si andavano sempre più rarefacendosi. Ero ancora debilitato e affaticato, con la bocca inacidita e il corpo accaldato ma, nonostante questo, volevo uscire. Mi prese un tumulto dentro, mi strinse forte e mi disse: “Ora esci e vai a vedere cosa c’è là fuori”. Era una stregoneria, un maleficio che non mi dava pace e non era facile badarlo. Provasti a farmi ragionare ma non ne volevo sapere. Mi guidava una cieca follia che incamerava il dolore, la stanchezza, la nostalgia e li convertiva in benzina per le gambe.

Spesso mi capitava di osservare un punto verso l’orizzonte e di chiedermi come avrei potuto raggiungerlo passando per la via più breve, dritto per dritto, come uno schiacciasassi. Sognavo di arrampicarmi sopra i tetti delle case o al limite aggirarle, scavalcare recinzioni, salire su pendenze enormi di roccia liscia e saltare fossi.

E una volta arrivato all’orizzonte, chiedermi cosa c’era ancora oltre, cosa c’era a dieci, cento, mille chilometri di distanza. Immaginavo di oltrepassare frontiere dove non c’erano varchi e attraversare mari a nuoto.

Ma la realtà era diversa. Generalmente entro cento metri il mio delirio svaniva, lunghe barriere architettoniche opprimevano la mia conquista e perdevo di vista il mio punto all’orizzonte. Allora sfogavo la mia frustrazione con delle camminate forsennate che duravano notti intere quando ero solo. Soprattutto in città, mi lasciavo prendere dal dipanarsi delle vie di fronte a me: quando uscivo di casa i quartieri mi sembravano un intricato gomitolo che dovevo sbrogliare per intero. Un’ossessione compulsiva maturata con la dedizione e la pazienza di un entomologo, soltanto che al posto di un insetto a me bastava una luce accesa all’interno di un appartamento, una ventilatore a soffitto, l’ultimo scaffale di una libreria.

Quando riuscii a convincerti che dovevamo uscire era ancora giorno, ma con quella luminosità spossata che prelude alla notte. Come sempre, usciti dall’ingresso principale dell’ostello, ci dovemmo arrestare per qualche secondo e tirare un sospiro prima di metterci in marcia perchè Ho Chi Minh ti prendeva subito a schiaffi con violenza. Il clima di Ho Chi Minh d’estate era bastardo perchè il sole non ti colpiva mai diretto come farebbe un cecchino ma era nell’aria come un gas nervino. E tu non potevi nasconderti all’ombra, sotto una tettoia o un albero, dovevi rinchiuderti a casa e serrare porte e finestre, ma non sarebbe bastato perchè l’umidità penetrava pareti e vetrate, un vero flagello di dio.

La via Cống Quỳnh, davanti a noi, era sempre uguale dall’alba al tramonto, un’ immagine fissa o un piano sequenza del peggior Béla Tarr. File di palazzine variopinte tipiche del Vietnam odierno, strette e alte, innestate le une sulle altre che vengono chiamate “case a galleria”. Si trovano in tutto il paese e il motivo per cui furono costruite così deriva dalla stravagante imposta sulle case che viene calcolata sulla base della larghezza della facciata sulla strada e non della superficie.

Uno dei tanti esempi di resilienza di questo popolo che ha imparato persino a deformare le proprie case pur di sopravvivere.

Lungo i marciapiedi della via Cống Quỳnh si trascinavano gli occidentali, stremati e madidi di sudore, zaino in spalla e occhiali da sole.  Tramortiti dall’ esagitazione di Ho Chi Minh, procedevano a rilento, con la prudenza di alpinisti lungo una via ferrata. Prima del tramonto o, al limite, della notte, li vedevi rincasare tutti assieme, intimiditi, come se i vietnamiti avessero imposto un coprifuoco per stranieri o come se avessero paura dell’oscurità, di una notte senza luci. Le famiglie si ritiravano nelle loro stanze, mentre i giovani puntavano verso il campo base: la via Le Lai, la rutilante oasi di piacere soffocata dalle insegne al neon con le birre d’importazione e lo sport inglese in TV.

In mezzo alla via, invece, trionfava, come uno sciabordante fiume in piena, l’orda di barbari vietnamiti in sella a un motorino, uno spettacolo ipnotizzante che alla lunga minava anche lo spirito più paziente. Li vedevi fendere l’aria con lo sguardo sprezzante e le braccia tese e non mi avrebbe stupito se da un giorno all’altro avessero cominciato a cuocere bistecche di carne sul dorso del loro motore come dei nomadi mongoli a cavallo. Piuttosto ti chiedevi dove stessero andando tutti quanti, considerando che i motorini parcheggiati erano una infinitesima parte di quelli che prendevano parte alla maratona quotidiana.

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C’era forse un luogo segreto che a noi stranieri non era dato conoscere? Un luogo sotterraneo o in qualche remota periferia di Ho Chi Minh dove uomini e destrieri riposavano per la notte?

Prendemmo la via Cống Quỳnh sul lato destro e cominciammo a camminare, unendoci al flusso degli sherpa occidentali ma in senso contrario. Lungo la via, qualche rimasuglio della rigogliosa vegetazione vietnamita perseverava nella sua crescita, seppur addomesticato dal cemento. Guardai il cielo: il sole era una pallottola di piombo di poco alta sopra le case. Si nascondeva dietro una spessa foschia bianca e sembrava giocare ad inseguirci come se ci stesse pedinando.

In Vietnam, la partita con il sole è giocata ad armi pari, non è una divinità abbagliante come da noi in Europa, Zeus o Amon Ra, ma piuttosto uno sbarbato semidio. In qualche modo ti concedevi pure il lusso di poterti confidare con lui nei momenti in cui il caldo era talmente insopportabile da portarti al delirio:

“Che fai tu, sole, in ciel? dimmi, che fai, silenzioso sole? Perchè non ci dai una mano che stiamo morendo di caldo?”

Avevo ancora qualche fitta allo stomaco ma tutto sommato il peggio era passato. La mia istigazione alla camminata andava oltre qualsiasi dolore. All’ incrocio con Nguyễn Thị Minh Khai, attraversammo la strada due volte per imboccarla sul lato sinistro. Continuammo ancora per un pò lungo il viale, affrontando il caos e la calura sempre con maggiore difficoltà. Alla nostra destra la parete compatta delle case a galleria a tratti si disuniva, alcune volte a causa di pertugi alti un metro e mezzo, delle specie di sottoporteghi veneziani, altre volte in corrispondenza dello spazio di separazione tra due condomini.

Erano quasi invisibili per chi, massacrato dal caldo, marciava sul viale e bisognava fare un pò di attenzione per poterli notare. Mi affacciai con timore all’interno di uno di questi ma vidi e sentii poco o nulla se non ombre e rumori soffocati. Era come se quei vicoli fossero stati costruiti per ritorcersi su se stessi e ingannare l’occhio umano al primo sguardo, un’architettura trompe-l-oeil che nascondeva un mondo parallelo. Ma io volevo andare a fondo della questione, entrare nel pertugio per capire cosa si potesse celare dietro.

Immaginavo che non potessi essere d’accordo, quelle mie idee bizzarre di solito erano un fiasco totale. L’unico modo che avevo per provarci era imbucarmi nel vicolo cogliendo al volo un tuo momento di distrazione. Poi, una volta dentro, mi sarei fatto notare e tu non avresti avuto la forza di inseguirmi subito ma avresti aspettato la mia prossima mossa. E io avrei avuto la mia chance.

A: “Urbo, dove sei andato?”

Mi girai, con la tenera innocenza di un bimbo che vuole nascondere la marachella.

U: “Sono qua”

Ruotasti la testa in direzione della mia voce e mi ritrovasti dieci metri dentro il vicolo, già col passo proteso in avanti.

A: “E perchè sei andato là?”

U: “Volevo vedere una cosa”.

La “cosa” di solito è il mondo o l’intero universo, una sottile perversione della mente che mi costringe a seguire piste e tracce umane come un cane da segugio.

U: “Arrivo subito”

Il “subito” invece di solito è il periodo temporale che comincia quando pronuncio quella parola e finisce quando tu esclami: “Urbo, dove cazzo stai andando!” Di solito è abbastanza lungo da darmi il tempo di fiutare la pista e decidere se è buona o meno. La pista era buona. Tornai indietro a recuperarti e, dopo qualche storia da parte tua, entrammo nel vicolo.

Lì mi sorprese la totale assenza di rumori e di calura: lo spessore minimo del vicolo non permetteva nè al sole nè ai motorini di entrare e l’inferno di Ho Chi Minh, nel giro di qualche metro, era poco più che un ricordo. Il vicolo era pieno di gente intenta a fare mestieri o riposarsi, occhi indiscreti ti guardavano di soppiatto dalle persiane socchiuse al piano terra mentre chi giaceva seduto sulla soglia neanche alzava la testa al tuo passaggio.

I vietnamiti non ci mettono molto a farti capire quando sei un ospite indesiderato e la loro arte consiste nel farti sentire straniero senza neanche incrociare il tuo sguardo. Una tecnica remissiva ma di grande efficacia, la loro indifferenza ti auto-impone imbarazzo.In quel caso avevamo chiaramente violato la loro privacy e tutto quello che ci circondava sembrava possedere un diritto di esclusività, non detto e non scritto ma tangibile.

Era così per gli scantinati bui dove i vecchi riponevano le loro mercanzie, così per le nicchie dei venditori di zuppe, così per le abitazioni con i loro generosi saloni d’ingresso, tutti uguali, TV al plasma da 50 pollici e mobili di modernariato, scale a chiocciola di legno, angoli votivi dove celebrare gli antenati e gli spiriti protettori.

Questo senso di inadeguatezza faceva sì che camminavamo lungo il vicolo senza fermarci, lanciando occhiate a destra e a sinistra, millantando una sosta per una fotografia che non veniva mai scattata. Ci bastava il piacere effimero di essere entrati nella quotidianità vietnamita senza bussare perchè se avessimo bussato nessuno ci avrebbe mai aperto.

E così, Ho Chi Minh, avevamo scoperto il tuo segreto. Se solo Americani e Francesi avessero compreso la sottile arte di una strategia fondata sulla pazienza, sul sacrificio e sulla conoscenza del territorio… ma che vuoi che ne sanno dei popoli che non hanno quasi mai dovuto difendere la propria patria e sono sempre andati in cerca di rogne da qualche altra parte?

Mi rendevo conto che chi ha dovuto difendere i propri confini spesso ha costruito le proprie città ad immagine e somiglianza del proprio modo di contenere il nemico. Pensavo per esempio a San Pietroburgo, dove i pertugi che bucano gli edifici colossali conducono verso ampi chiostri, grandi come piazze deserte. E se ti inoltri in quelle piazze, rischi quasi di perderti e di non ritrovare l’uscita perchè le pareti sono tutte uguali, cemento grigio e qualche finestra buia. Io c’ero stato a Giugno ma provavo a immaginarmi cosa potessero essere quei chiostri durante gli inverni russi per chi non conosceva o non aveva una via di casa: una vera e propria Stalingrado per il malcapitato turista nello stesso modo in cui caddero i più famosi generali di tutti i tempi.

Per Ho Chi Minh valeva lo stesso discorso: quei vicoli erano il loro modo intelligente di fronteggiare il nemico. I rifornimenti viaggiavano spediti tra le case attraverso pertugi talmente stretti da risultare invisibili mentre il nemico veniva decimato alla luce del sole dalla giungla metropolitana: che fosse un gruppo vacanze o un battaglione non aveva scampo.

Avanzammo per circa un centinaio di metri e poi, allo stesso modo in cui era progredita spasmodicamente, la mia sete di intrusione svanì: mi ritenevo soddisfatto di quello che avevo visto. Quando non avevo più la forza o la voglia di sbrogliare il gomitolo delle città, allora le sezionavo con violenza. Non erano più le vie a condurmi trascinandomi al guinzaglio, ero io che le tranciavo di netto per vedere il più possibile in meno tempo o per spezzare la monotonia di strade troppo simili a se stesse. Deviai improvvisamente a sinistra e quindi disegnammo una rapida chicane, girando subito a destra e rientrando sulla strada principale.

In quei pochi minuti, la grande Ho Chi Minh era completamente cambiata: il sole era scomparso dietro le case e tutt’intorno avanzava come una macchia d’olio una luce stravolta, blu elettrico allo stesso ritmo a cui andava progressivamente diminuendo il flusso dei motorini per strada. A tratti il sole si affacciava tra i lembi dei condomini e, ad ogni tornata, era sempre più gonfio e rubicondo, proiettato verso l’orizzonte. Stavamo camminando sul filo del principio della notte.

Avete presente che si dice che mentre stai morendo tutta la vita ti passa davanti? In un viaggio a lungo termine, nei momenti più bui, la sensazione è più o meno la stessa. Senza sapere dove si dormirà o si mangerà, si vive il presente a fari anabbaglianti e un grande buco nero all’orizzonte. Un viaggio al principio della notte, senza inoltrarsi nella profondità del buio come Céline, assaggiarlo appena e poi prenotare un hotel su Booking.

In ogni caso, anche a guardarla da lontano con un letto sotto al culo e la pancia piena, la notte faceva paura. Di fronte ai presagi e alle incognite, alla bellezza e all’orrore della notte, la mente si arresta e rimbalza all’indietro, dove conosce il sentiero: mai ho pensato al passato come in questo viaggio.

Anche in quei momenti, lungo la grande via Lý Thái Tổ, mentre il giorno calava lentamente il sipario e le tenebre divoravano l’ultima goccia di luce, il passato si srotolava davanti a noi con una serie di luccichii argentei: una venatura nel marmo bianco di un gradino, una bacinella piena d’acqua e una serie di mollette colorate, ciabatte sulla soglia di casa.

Quando l’immaginazione prendeva il sopravvento, riuscivo a ricostruire un’intera scena del passato a partire da un dettaglio della realtà. Osservavo, ad esempio, una roseto rampicante e cominciavo a seguire con gli occhi i suoi rami che scorrevano lungo la facciata della palazzina vietnamita. La mia mente cominciava a deformare la realtà come un caleidoscopio, gli occhi ora vedevano cose diverse ma già viste, una vecchia casa di pietra, un’aia imbrecciata e ciuffi d’erba inariditi dal sole, io da bambino che sto giocando seduto su un ciocco di legno.

Ogni volta che mi lanciavo in questi voli pindarici celebrali, mi saliva un brivido di felicità fino alle tempie e allo stesso tempo mi sentivo stonato e dissociato.

“C’erano momenti in cui il proprio passato riaffiorava, come capita talvolta quando non si ha un momento da dedicare a se stessi; ma veniva in forma di sogno inquieto e rumoroso, ricordato con stupore fra le prorompenti realtà di quello strano mondo di piante, di acqua e di silenzio. E questa immobilità di vita non assomigliava affatto alla pace. Era l’immobilità di una forza implacabile che covava un qualche insondabile disegno. Vi guardava con un’aria vendicativa, piena di risentimento. Alla lunga mi ci abituai: non la vedevo più. Non ne avevo il tempo.”

Mentre riflettevo sulle parole di Joseph Conrad, il profilo delle case e la strada davanti a noi erano diventati un’enorme massa nera indistinguibile incorniciata dalla sottile linea argentea dell’orizzonte.

Stavo pensando che, nonostante i grattacieli Bitexco e Landmark 81 avessero lanciato Ho Chi Minh nell’iperspazio all’inseguimento delle più blasonate Bangkok, Manila e Shanghai, era difficile lasciarci convincere che il cuore di questa città fosse lassù, tra quelle vette luminose e inarrivabili. Piuttosto, appena arrivato in città, mi aveva colpito la selva di edifici bassi e minuti, laboriosi e modesti, come probabilmente avrebbe voluto lo “zio Ho”. E ora, in quella notte senza fondo, quella distesa di case sembrava una marea di petrolio, carburante pronto all’uso per la Ho Chi Minh del futuro, che si sarebbe svolta più a nord, sulle rive del fiume Saigon. Qui nella via Lý Thái Tổ, della metropoli a base di cocktail bar e ascensori ultraveloci non giungevano nè echi, nè riflessi.

Due motorini a fari spenti ci sfilarono lentamente, i primi sbadigli della città dopo un’altra, ordinaria giornata isterica. Cominciarono a sbocciare le prime luci artificiali, insegne al neon e flebili lampadine all’interno delle case, che non riuscivano a spezzare la sommessa malinconia di un’ulteriore giornata che volge al termine.

Fui attratto alla mia destra da un lembo di strada, una giuntura che collegava la via dove eravamo con un vicolo parallelo. In fondo, appeso alla facciata dell’edificio, campeggiava una grosso neon rosso fosforescente a forma di croce cristiana. La luce del neon era talmente potente che aveva nullificato tutto quello che si trovava attorno, si riusciva a distinguere solo quella immensa croce.

Di quella croce mi intrigava il fatto che, in un paese a maggioranza laica o comunque di ispirazione buddista, si trovasse nel cuore della città. Un simbolo così pregno di Storia lontana e che, per giunta, oscurava tutto quello che aveva attorno. In Europa non sarebbe mai potuto succedere, sarebbe stato motivo di allarme o comunque una dissonanza troppo stridula per poter essere accettata.

Invece, una cosa che avevo imparato dall’Asia, per quel poco che l’avevo girata, era che tradizione significa anche inglobare nuove culture e nuovi pensieri e non arroccarsi in difesa di istanze storiche stracampite. Così, quella croce portentosa, piazzata lì dalla smania di civilizzazione dei francesi o dal progetto divino dei missionari cristiani e rimasta intatta al suo posto, era per me un simbolo di vera tolleranza.

Avanzai verso la croce e la raggiunsi in pochi passi. Poco sotto di essa, nascosta in una nicchia, stava una madonna di ceramica, quasi invisibile e inondata dai bagliori elettrici della croce, le mani giunte come a chiedere pietà per un sonno eterno che non sarebbe mai arrivato con tutto quell’inquinamento luminoso. Guardai a destra e a sinistra del vicolo: una notte tetra e infinita aveva divorato tutto, non c’era più differenza tra lo spazio profondo dell’universo e le strettoie dei vicoli di Ho Chi Minh. A terra, accanto alle mie scarpe, un grosso scarafaggio stava facendo scricchiolare le sue zampe per attraversare la strada. Un brivido gelido mi corse lungo la schiena e mi fece rizzare tutti i peli del corpo.  Terrorizzato, tornai sui miei passi e continuammo sulla via principale.

Proseguimmo stancamente per un centinaio di metri, sempre più afflosciati dalla noia, dalla fatica e dai postumi dei malanni. Ancora qualche minuto e saremmo finiti a camminare all’indietro, una forza oscura ci stava lentamente riconducendo a casa, il nostro personale Big Crunch. Ma, a questo punto, giunti a chilometri di distanza dall’ostello e avvolti dalle tenebre, tutto era difficile, qualsiasi movimento in qualsiasi direzione era un passo falso.

Al culmine della disperazione svoltammo a sinistra e imboccammo una lunga via. In fondo si vedeva uno sfavillio di luci bianche e fredde, avrebbero potuto essere le luci di una centrale termoelettrica o di uno stadio. Osservandole da lontano provavo la stessa sensazione che avevo quando attraversavo le periferie delle città italiane, un gelo tagliente anche in piena estate e una insensibilità tattile, come se stessi tastando del cellofan con i polpastrelli delle dita.

Continuammo a camminare in direzione delle luci più che altro per sfuggire alla notte e un pò per colmare una sete di curiosità mai doma. Più ci avvicinavamo e più il grappolo nebuloso di luci si delineava in una serie di oggetti luminosi, lampioni, pannelli e lampadine. L’edificio che chiudeva la via era una palazzina a due piani con balconate lunghe e ringhiere di ferro al primo piano e saracinesche al piano terra. Le luci erano appese ovunque, sulle ringhiere, sulle pareti, sulla tettoia creata dalle balconate. Formavano una scia luminosa che correva lungo il perimetro dell’edificio e continuava a destra nella via successiva. Dall’alto sarebbe dovuta sembrare una galassia isolata e remota, circondata dall’immensità dell’universo.

In strada e sotto i portici c’erano decine e decine, se non centinaia di vietnamiti che sorseggiavano “bia” o trangugiavano brodaglie da un gigantesco pentolone, seduti su sgabelli di plastica attorno a tavolini bassi. Erano tutti ammassati, l’uno sopra l’altro, come se formassero una entità unica, come se stessero mangiando tutti insieme dalla stessa ciotola e bevendo dallo stesso bicchiere.

Avanzammo dall’altro lato della strada, fiancheggiando gli edifici non esposti alla luce, mimetizzandoci nella notte.

Quella che avevamo di fronte era una socialità autentica e disinteressata che mi ricordava un’ Italia scomparsa, quella dei film di Fellini e di Monicelli, un qualcosa che avevo visto solo in fotografie sbiadite o immaginato dai racconti frammentati dei nostri genitori o dei nostri nonni.

Ai miei occhi di turista del ventunesimo secolo, temporaneo, casuale e inatteso spettatore, quella comunione di intenti e quella cadenza così naturale sembrava una recita teatrale vista dalla platea. Quando attraversammo la strada ed entrammo nel cono di luce, nessuno si scompose, nessuno ci guardò. Scattammo qualche foto, con timore e vergogna, ma nessuno fiatò o mosse un dito. Evidentemente lo spettacolo non era nato per essere interattivo e noi, schiacciati tra il buio e l’incomunicabilità, ci sentimmo profondamente alienati.

Seguimmo tutto il percorso della scia luminosa che si inoltrava a zig-zag nei vicoli più interni di Ho Chi Minh accompagnati dall’odore di tabacco e di carne e dalle ciarle composte della gente. I garage al piano terra fungevano da cucine improvvisate dal quale uscivano vassoi imbanditi e calici di birra trasparente con ghiaccio. Tutti erano lieti e pacifici come se fossero stesi sul divano di casa propria.

Compimmo tutto il percorso nell’indifferenza generale fino a sbucare di nuovo in un grande viale, il confine meridionale del quartiere. Aldilà del viale, montagne di fiori giacevano sopra un carretto di legno e, rischiarate dalle luci delle lampade, brillavano di un argento monocromo. Attraversammo la strada per raggiungere il carretto: dietro si estendeva una lunga via fitta di mercanti di fiori, alcuni seduti su sgabelli di legno, altri che vagavano ciondolanti attorno al loro chioschetto. A terra l’asfalto cominciava a sfaldarsi e a rompersi mostrando chiazze di breccia, spesso riempite di acqua piovana.

Ci inoltrammo tra i bersò, tra i colori freschi delle piante tenuti in vita dalle lampadine alogene. C’era un viavai pigro di persone ambo i versi, quasi tutti trasportavano sporte traboccanti di fiori. Curvi sulle loro spalle nella notte, innaffiati indirettamente dalla festa di luci che usciva dai chioschetti, sembravano dei fantasmi tristi e malintenzionati.

Il mercato dei fiori si estendeva a destra e sinistra della via principale, ramificandosi in vicoli e piccoli corrodoi in cui si poteva appena camminare in fila indiana. Qui i fiori erano poggiati a terra, dentro nicchie di legno e accanto i venditori mangiavano zuppe calde o giocavano a giochi di società, una tombola, backgammon o non ti arrabbiare!.

Finimmo in una viuzza laterale sguarnita e buia che correva parallelamente al mercato. Di nuovo inghiottiti dalla notte, camminavano a filo delle pareti degli edifici, lentamente, facendo attenzione a tenere a bada lo scalpiccio dei nostri piedi sullo sterrato. Ora gli ingressi delle case, sigillati da grate di ferro, mimetizzati nell’oscurità minacciosa, sembravano tante grotte una in fila all’altra. All’interno guizzavano fiammelle calde di piccoli ceri e candele che illuminavano debolmente ritratti di antenati, urne cinerarie e icone di antichissime divinità locali.

Chiusi nella cavità celeste, nera color inchiostro, senza luna e rare stelle, era come se ci stessimo aggirando nei sotterranei di una catacomba, nel profondo tremore dell’animo umano. Nel substrato fertile del socialismo laico e materiale, decine di fiammelle si agitavano nella notte per esorcizzare la paura di una forza implacabile che covava qualche insondabile disegno.

“Torniamo a casa” dissi tu sfinita e io non potevo essere più d’accordo stavolta. Rifacemmo il percorso esattamente al contrario. Oltre il mercato dei fiori e le trattorie di strada, erano poche le luci rimaste ancora accese e non c’era anima viva in giro. Eri talmente stanca che ti appoggiasti alla mia spalla e chiudesti gli occhi, sprofondando in uno stato di semicoscienza mentre le tue gambe avanzavano come in trance.

In quel momento, nella solitudine più completa, ripensai a quanto era successo qualche settimana prima: di punto in bianco il nostro PC non aveva dato più segni di vita, schermo nero come la notte. La nostra prima reazione fu di stupore, il dispositivo era seminuovo e non aveva mai dato problemi. Poi subentrarono rabbia e rimpianti per quello che avremmo potuto realizzare ed era come se la nostra memoria fosse stata azzerata o corrotta. La perdita di un laptop non è solo una menomazione mentale ma anche fisica, senza un tastiera sopra cui far frullare le dita ci sentivamo perduti, come se i pensieri fossero tutti contenuti lì dentro e le dita delle mani servissero solamente a scavare per tirarli fuori.

Servirono giorni e giorni per riprendersi da quell’ assenza ingombrante. Cominciammo a collezionare appunti frammentati su memo digitali e su Evernote, segnalibri dal quale ripartire per ricostruire il filo conduttore di questo viaggio. Ma era difficile scrivere più di qualche riga con due polpastrelli e uno schermo da quattro pollici.

A te venne in mente allora di comprare un set di piccoli quaderni tascabili, di quelli che si usavano a scuola tanto tempo fa, con il nome della materia posto al centro in copertina e pagine a righe per la lingua e a quadretti per la matematica. Comprammo anche una penna nuova per sostituire quella che ci eravamo portati dietro e che non avevamo mai usato, probabilmente finita dietro qualche mobilio di hotel o in qualche tasca misteriosa dei nostri zaini. Quel set da piccolo scribano era stato piazzato dentro la cartellina delle cose importanti per ricordarci di utilizzarlo ma nessuno dei due l’aveva mai tirato fuori.

Il filo dei miei pensieri ci aveva ricondotto a casa in un batter d’occhio. La via Cống Quỳnh, spogliata dai motocicli e dall’afa, era tutto sommato godibile e l’aria,  impregnata di calore, era perlomeno respirabile. Mi ricordo di essermi fermato un secondo sulla soglia della porta di casa, essermi voltato ed avere pensato quanto era bello ascoltare il silenzio di una notte d’estate e subito dopo rincasare.

Giunti in camera da letto, ti buttasti istantaneamente sul letto e in pochi minuti stavi già ronfando di gusto. Io non riuscivo a dormire, il mio stomaco digrignava ancora i denti e mi sentivo un pò inquieto.

Rovistai nel tuo zaino ed estrassi il piccolo set da scribano dalla cartellina blu. Selezionai uno dei quadernini acquistati, quello con la copertina grigio cadetto e le pagine senza righe e senza quadretti. Il quaderno era molle e aveva una consistenza strana, di materiale grossolano e non con la solita superficie liscia e sottile. Le pagine avevano il colore del filato grezzo e mi piacevano: non ero mai stato un amante del candore luminoso degli A4 Fabriano e anzi, se potevo, li pastrugnavo con il dorso sporco della gomma da matita o con le mie impronte sudicie.

Presi in mano la penna ma non sapevo neanche da dove iniziare. Innanzitutto, che cosa scrivere? Stavo pensando ad un resoconto di viaggio, ma più che una cronaca, mi sarebbe piaciuto che il lettore potesse avere la possibilità di capire i risvolti e le cause delle cose che succedono, più che i fatti in sè per sè.

Quei movimenti impercettibili che accadono molto tempo prima o molto tempo dopo dei fatti, non importa quando. D’altronde quando pensiamo, quando scriviamo non abbiamo bisogno di arrivare al punto in cui si parla d’amore, per parlare d’amore.

Ripensai rapidamente alle fiammelle calde nel vicolo buio e sguarnito di Ho Chi Minh: brillavano davanti ai miei occhi nell’oscurità della camera da letto. Mi stesi sul letto e poggiai il quadernino sul materasso. Ti guardai fugacemente: eri immobile e distesa, quando sei stanca ad un certo punto è come se un’onda enorme ti prendesse e ti portasse via da un’altra parte. Allungai le dita dei miei piedi fino ad appoggiarle sul dorso dei tuoi piedi.

Quindi, una volta sistemato, apri il quadernino alla prima pagina. Non ero convinto di dover iniziare a scrivere subito dalla prima pagina: se poi avessi solo voluto fare una prova? O ripiegare su una meno impegnativa trascrizione di appunti? E come gestire le correzioni? Dopo averci riflettuto un pò, decisi di trascrivere prima gli appunti nell’ultima pagina, quindi di utilizzare le pagine dispari per il contenuto vero e proprio e le pagine pari per le correzioni, come fosse un testo a fronte.

Iniziai a scrivere in stampatello perché pensavo di non essere più in grado di comprendere la mia scrittura in corsivo, non lo usavo da almeno dieci anni. La prime righe di appunti furono un parto: la mano anchilosata, era come paralizzata e non voleva scorrere in avanti. Impiegai due minuti buoni per trascrivere le prime due, i tendini mi dolevano e dovetti fermarmi. Osservai il mio capolavoro: le forme delle lettere erano fragili, pigre e sgraziate, saltellavano verso direzioni opposte, senza un filo conduttore. Per giunta mi ero reso conto che non avrei mai potuto cancellare in maniera permanente un’ idiozia che avevo scritto, avrei dovuto farci una riga sopra e continuare come se nulla fosse. La cosa mi frustrava terribilmente ma in questa maniera gli errori erano più visibili e imparare da essi sarebbe stato sicuramente più facile.

Completai la trascrizione degli  appunti che finì per assomigliare ad una pelle ruvida straziata da cicatrici a ricordo immemore dei miei fallimenti. Il sonno stava quasi per agguantarmi, la testa si fece pesante e le palpebre si abbassarono lentamente. In ogni caso volevo iniziare a scrivere qualcosa sulla prima pagina, rompere l’incantesimo della pagina bianca.

Di solito quando scrivo qualcosa mi immagino di essere il muratore o l’artigiano che sta costruendo una cattedrale: prima vanno edificate le fondamenta con le note e gli appunti, poi si cominciano a erigere le pareti di parole e solo alla fine si lavora sulla cesellatura dei particolari, sugli affreschi e sui capitelli. Se le fondamenta non reggono allora quello che ho scritto non ha senso e la cattedrale crolla, se le pareti e il tetto non sono fatte di buon materiale, allora quello che ho scritto non è utilizzabile perchè la cattedrale a cielo aperto viene dismessa, se le cesellature sono dozzinali allora quello che ho scritto è privo di mordente e la cattedrale non piace. A volte l’opera del muratore è così pregevole che non servono neanche le cesellature, la struttura della cattedrale è lieve e robusta allo stesso tempo e resiste alle intemperie degli anni.

Volevo provare a scrivere qualcosa senza marmo ma era difficile per me, devo ancora imparare. Mi ricordavo di quando avevo letto Carver per la prima volta e avevo subito pensato che lui costruiva con un materiale sottile sottile ma che reggeva a qualsiasi tempesta. Il mio invece è un marmo che alla prima folata di vento viene spazzato via.

Volevo poter scrivere una cattedrale di legno senza chiodi, con le travi che si incastrano l’una con l’altra senza ausilio esterno, con dentro tante fiammelle calde e fuori un’oscurità non tanto profonda, il principio della notte. Ma è difficile, tanto difficile, non so se si può imparare.

Alla fine, con caratteri abbastanza leggibili, scrivo sulla prima pagina queste parole: “Il tifone Sanba era arrivato”.