Il grande splendore del passato da Tamerlano ai Khanati dell’Asia Centrale è tutto in Uzbekistan: architetture sublimi, città che sembrano emergere dal deserto, reperti antichissimi di migliaia di anni. Il trio Samarcanda, Bukhara e Khiva è sicuramente da non perdere, ma non dimenticatevi anche dell’Uzbekistan odierno, la contemporaneità di Tashkent e la vivacità della Fergana Valley.

[Day 169 & 170] Le Vite degli Altri: N. e la Fergana Valley

Siamo andati a trovare N. a casa sua, in una delle parti più remote della Fergana Valley in Uzbekistan, a 3 km dal confine con il Kyrgyzstan, teatro di un famoso massacro nel 2005 le cui circostanze non sono mai state ben identificate.

All’inizio – il mese scorso – non avevamo capito molto di lui perché parla solo russo e uzbeko: avevamo passato un bel pomeriggio insieme e ci aveva lasciato il suo indirizzo e il suo telefono.

A Shirmonbulok, villaggio nella campagna di Bulokboshi, a sua volta piccola cittadina nella zona di Andijan, la verità straziante su N. si è srotolata minuto dopo minuto, come se stessimo leggendo un libro tutto d’un fiato.

Ci è venuto a prendere in stazione già un po’ alticcio e siamo filati dritti nel suo ufficio che si occupa di manutenzione ferroviaria: ma che lavora fa? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai: lui dice che non lavora, i suoi ragazzi lavorano per lui.

Andiamo verso casa con i mezzi pubblici. Lui non guida perché altrimenti non potrebbe bere, scherza. Capiamo che il suo problema con l’alcool è più grave di quello che sembrava. Eppure si capisce che è un brav’uomo, generoso e affabile.

Ci fermiamo poco prima di Shirmonbulok, N. ci mostra un bel fiume e un parco tranquillo popolato da coppiette. Quindi un’area con una serie di chaikana, le bellissime strutture di legno dove i locali amano bere the e mangiare shashluk. “Ora è deserto perché comincia l’autunno ed è finita la stagione. Ma da Maggio questo posto è affollato” ci dice.

N. beve ancora un sorsetto dalla sua bottiglietta personale prima di procedere. I suoi occhi cominciano a diventare lucidi, ci dice qualcosa in russo e termina con Allah Akbar. Entriamo nel cimitero accanto, lui sbanda e beve un altro goccio. Ci avviciniamo ad una lapide e capiamo rapidamente che si tratta di sua moglie morta quattro anni fa. N. scoppia in lacrime, ci dice che non aveva soldi per farla curare. Siamo impietriti, cerchiamo di sollevarlo in qualche modo. In serata andiamo a casa e la figlia ci cucina un ottimo plov. Continua a bere ed è difficile fermarlo. La serata è comunque gradevole, N. ci ripete mille volte che è contentissimo di averci a casa e di non dimenticarsi mai di lui.

Il giorno seguente vorremmo portarlo con noi a Margilan, cittadina famosa per la sua seta a circa un’ora di distanza. Ma N. comincia a bere. Rimaniamo con lui tutta la mattinata al negozio della sorella, poi lo riaccompagnamo a casa, lo salutiamo e ringraziamo calorosamente e ce ne andiamo da soli.

Ho ripensato molto a lui quando ce ne siamo andati. N. è un uomo del suo tempo, fatalista, sardonico, tormentato e molte altre cose che non riesco a scrivere in una pillola, un Marmeladov come ritratto nelle più dolorose pagine di Dostoevskij. Quel tempo sta scomparendo rapidamente allo stesso modo in cui i bulldozer stanno rasando al suolo ciò che rimane della città vecchia di Tashkent. Nuovi palazzi e nuovi uomini, alti, luminosi, impeccabili, senza crepe e senza rughe.

E sto cercando da ore di pensare che sia giusto così.

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