Nonostante le frontiere siano state aperte diversi anni fa, viaggiare in Myanmar è ancora una esperienza forte, fortissima.
 
La spiritualità che trasuda da questi luoghi permea qualsiasi aspetto del paese; le campagne e le pianure sterminate restituiscono una sensazione di infinito e di trascendentale. E poi ancora: minoranze etniche, buddha giganti, ispirazioni letterarie, un popolo gioviale ed estroverso.
 
Un paese che sta crescendo esponenzialmente ma che conserva delle profonde radici nel passato.

[Day #63 to #65] Delle pagode dorate di Yangon

Si dice spesso che per capire un paese bisogna assaggiare il suo cibo. Non c’è frase più azzeccata di questa per spiegare le differenze enormi che intercorrono tra Vietnam e Myanmar.
Il cibo in Vietnam è delicato, ben presentato, minimale e con gli ingredienti che si mescolano tra loro senza che nessuno prevalga. In Myanmar il cibo è speziato e piccante, dai gusti forti e il piacere è dato dai singoli ingredienti non dall’ armonia di essi. In Vietnam per colazione si mangia il pho, una delicata zuppa con coriandolo e manzo o gallina. In Myanmar il mohinga, un pastone denso a base di ceci, verdure, fritti e noodles.

Capite che per noi è stato uno shock arrivare in un paese come il Myanmar dopo il Vietnam aldilà del caldo torrido che ci ha colto appena atterrati e non è solo una questione di povertà, massicciamente presente in Myanmar. Tutto qui è contrastante e netto a partire dai colori, gli odori, i Buddha giganti e le pagode d’oro, la maestosa architettura coloniale britannica della capitale Yangon, palazzi per elefanti rispetto alle case da topolini partorite dal colonialismo francese ad Hanoi.

Infine, un popolo ancora da comprendere, tenero, estroversissimo (soprattutto quando gli conviene), stravagante, cialtrone, lezioso, furbo e ingenuo allo stesso tempo. Gli uomini vestono con gonne lunghe a quadretti che si chiamano #longyi e camicie da nonno il cui contrasto li rende stranamente trendy ad un occhio straniero. Le donne e i bambini si spalmano una pastella gialla antisole sul viso che sembra una pennellata di vernice. In compenso indossano abiti variopinti ed eleganti. Per richiamare l attenzione di qualcuno (camerieri compresi) danno dei bacini schioccanti in aria.
Anni luce lontano rispetto ai sornioni, riservatissimi, discreti gran lavoratori vietnamiti.

Yangon è un cantiere a cielo aperto, non è neanche sensato chiamarla città. La parte britannica chiamata downtown è una giungla di splendidi edifici coloniali in rovina, ma basta veramente uscire poco dal centro o attraversare il fiume per ritrovarsi in villaggi di palafitte in aperta campagna. Per il resto dietro ogni angolo di Yangon si nasconde un tempio o una pagoda dal valore inestimabile e con essi un plotone di monaci buddisti girovaghi. Emblematico è il caso della Sule Pagoda, una delle più antiche del Myanmar che ora è il centro di una rotatoria di una delle vie del centro (e il punto da cui vengono calcolate tutte le distanze in questo paese). In tutto questo guazzabuglio di cose negli ultimi decenni sono nate una serie di controculture davvero interessanti, una scena punk tostissima, una serie di gallerie d’arte e cineforum d’impegno sociale. Monaci e punk sono le parole chiave di Yangon.

Appena si entra nella Shwedagon Pagoda è difficile non farsi cogliere da un qualche forma di sindrome di Stendhal. Questo posto incredibile ha la stessa spiritualità di una Roma, di una Esfahan o di una Istanbul: nonostante al tramonto sia affollato di turisti si respira un aria quieta e intensa allo stesso tempo un po’ come a San Pietro. È come essere in uno di quei film di Mallick sull’esistenza dell’uomo, un posto che non appartiene al mondo terreno, il tutto reso ancor più forte dalla natura esotica, per noi occidentali, del buddismo e dei riti dell’estremo oriente.


Quando abbiamo chiesto a Nathalie johnston, la mente di myanm/art (ne parleremo dopo) se ha visto cambiare il Myanmar negli ultimi 9 anni, lei ha risposto “è cambiato si, ma in realtà non è cambiato niente”. Quella che sembra una frase sibillina in realtà pensiamo calzi perfettamente per il Myanmar e vi vogliamo spiegare perché raccontandovi due posti dal grande carattere che abbiamo avuto l’opportunità di vedere nel nostro ultimo giorno a Yangon.

1️⃣ Entrare al The Strand Hotel, Yangon è come fare un salto temporale di 100 anni. Costruito nel 1901 dai fratelli Sarkies, armeni nati in Iran, è stato il punto di riferimento per almeno 60 anni della Rangoon (oggi Yangon) britannica. Qui sono passati Rudyard Kipling, George Orwell, Orson Welles, Sommerset Maugham. Poi un lungo periodo di decadenza fino a che due restauri (nel 1993 e 2016) ne hanno riportato alla luce la meraviglia. Si entra stupefatti come se si stesse girando un film di James bond, poi ci si guarda tra noi due, infradito/sandali e canotte, facce da desperate tourists e finisce la magia 😂. In ogni caso il Sarkies Bar al piano terra dell’hotel ha realizzato uno dei migliori old fashioned che abbiamo mai bevuto in vita nostra (e dopo un anno passato a bere cocktail due volte a settimana a Milano pensiamo di intendercene abbastanza), ed è subito casa…

2️⃣ Myanm/art è un galleria d’arte contemporanea fondata dall’intraprendente Nathalie, americana che bazzica l’Asia da più di dieci anni ed era rimasta affascinata dal Myanmar fin da quando andò la prima volta, ragazzina, nel 1997 con i suoi genitori subito dopo l’apertura delle frontiere internazionali. Ha voluto realizzare uno spazio per tutti i giovani artisti indipendenti che si sentono un po’ chiusi dall’arte odierna burmese imbolsita da clichè etnici e religiosi. Si tratta di una soffitta molto bohemien di un palazzo coloniale nella east downtown di Yangon. Qui Nathalie organizza eventi, raccoglie testi d’arte contemporanea internazionali ad uso e consumo degli artisti e fa un’opera di traduzione di testi fondamentali per capire quella Birmana. Le opere esposte sono esuberanti: mescolano tradizioni buddiste e futurismo digitale, stilemi rock e provocazioni sessuali. Myanm/art non riceve finanziamenti pubblici o diplomatici e può contare solo sulle sue forze e quella dei ragazzi birmani. Dopo avere conosciuto questa giovane donna, abbiamo capito che volere è potere!

[Day #86] Yangon tra passato e futuro tra drink e arte contemporanea

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